giovedì 9 agosto 2012

08 agosto

Dubai, 8 agosto 2012. Ora locale 14:50.

Come già constatato, alla fine siamo giunti alla meta, la "città delle sette capitali", che solo una ventina di giorni fa ci sembrava irraggiungibile. Eppure ci siamo riusciti, abbiamo tagliato longitudinalmente l'India, dal cordiale Sud alle più turistiche metropoli di Jaipur e Delhi. E poi l'abbiamo abbandonato, questo subcontinente di meraviglie, orrori, contraddizioni. Nell'asettico aeroporto di Dubai si sente la mancanza di sporcizia, clacson e piccoli chioschi malconci di chai e sigarette.
Sono stanca, sporca, forse malata, certo ancora stravolta dall'ultima serata indiana. Ho viaggiato per tre settimane nel cuore del vecchio impero britannico, fra un popolo che ha conquistato la propria libertà col sudore e fra l'eterno divario fra India e Bharat. La prima, quella degli enormi shopping mall e delle modernissime metropolitane, quella che non parla hindi, ma solo inglese, quella che spesso la seconda non l'ha mai vista e si illude in tal modo di vivere in un Paese quasi occidentale, mentre la sua parte più autentica non rimane che un misero e colorato Paese del "Terzo Mondo".
Ho visto centinaia di volti, sorriso alla maggior parte di essi e dalla maggior parte di essi ho visto il mio sorriso ricambiato. Ho stretto decine di mani, salutato stuoli di bambini gioiosi. Mi hanno chiesto foto sa sola, insieme, con la moglie, accanto all'amico, alle guide, ai monumenti, a un sikh.
Ho imparato a mangiare piccante, a ciondolare la testa e a vivere in condizioni precarie.
Ho pianto di fronte a uno slum, su una distesa di baracche di lamiera, di cani randagi, di fogne a cielo aperto.
Ho pianto la notte su un treno sudicio, partendo da Chittorgarh.
Ho pianto guardando scorrere davanti ai miei occhi l'ultimo villaggio indiano, sul pullman, prima di arrivare a Delhi.
Ho comprato il mio saree ed ho imparato a indossarlo, non ho mai imparato a contrattare i prezzi.
Si apre il gate per il volo Dubai-Milano Malpensa, sto per tornare a casa; la tristezza è indescrivibile e così la malinconia. Non devo pensarci, mi alzerò col passaporto in mano e salirò sul maledetto aereo, canticchiando piano una vecchia canzone. 

"Pardesi, pardesi, jana nahi..."

Alessia

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